Affrontare il tema della separazione dal punto di vista della coppia mi è parso essere un compito non facile, poiché è davvero forte la tentazione di puntare il focus sulla reazione dei figli e su come rendergli la pillola meno amara.

Avrei potuto citare i dati dell’Istat degli ultimi anni, sicuramente sarebbe stato d’effetto, ma sarebbe stato davvero utile? Oggi giorno le separazioni e i divorzi tendono a rientrare nella normalità, c’è perfino chi convive senza sposarsi mai e non deve quindi affrontare le trafile burocratiche, ma è forse diminuito il dolore che accompagna la separazione? Forse ciò rende meno difficile parlarne, i figli di separati non sono più pecore nere e il tema è diventato “accettabile” dalla comunità; Tuttavia non è un evento scevro da coinvolgimenti emotivi.

C’è un aspetto che sento essere spesso ignorato: la separazione presuppone una precedente unione. Ogni separazione, è quindi, il venir meno della promessa, pronunciata o meno sull’altare, del ti scelgo per sempre, ti sosterrò per sempre nel bene e nel male. Tanto più la famiglia è immaginata come indissolubile, tanto più il suo scioglimento verrà visto come traumatico.

La separazione è quindi il concretizzarsi della fatica di mantener vivo un legame importante.   Perché diciamocelo, nessun divorzio arriva dal nulla, ma è il risultato di un periodo, più o meno prolungato, di insoddisfazione.  Le relazioni sono fragili e mutevoli, dice Bauman, ed è proprio questa fragilità che attrae e allontana. Si dice continuamente che l’amore va coltivato, ma è facile a dirsi e poco a farsi. Le relazioni sono costrette a continui adattamenti e non è un caso che i picchi di divorzi si riscontrino in passaggi chiave della coppia. Dopo un anno di matrimonio, quando l’idea che abbiamo dell’altro lascia il posto alla realtà e ci costringe ad accettarlo per quello che è e non per quello che vorremmo fosse. Con la nascita del primo figlio, che richiede il passaggio dall’essere solo moglie o marito all’essere anche colui che si prende cura di un altro. Eh già si è in tre, e questo costa fatica. Un altro picco si ha quando i figli ormai grandi, lasciano il nido costringendo i coniugi a riscoprire la propria coppia, ormai molto cambiata dalle prove del tempo.

E anche quando il legame è ormai logoro e a stento sopportiamo l’altro, la separazione non risulta mai facile.

E’ una situazione carica di dolore, di senso di fallimento, solitudine, rabbia, voglia di spaccare tutto, liberazione, frustrazione, confusione, malinconia, senso di colpa.

Se i coniugi devono affrontare un progetto di vita fallito, anche l’entourage famigliare e amicale dovrà fare i conti con questi cambiamenti. Non è infrequente che essi mettano in atto una serie di meccanismi difensivi poiché incapaci di affrontare la situazione al pari di chi la vive in prima persona. E così alcuni amici smettono di farsi sentire, magari perché in difficoltà nello scegliere fra un partner e l’altro. Se fino a poco prima nessuno aveva criticato il/la partner, all’improvviso quest’ultimo pare essersi trasformato in un mostro.

Se a ciò si aggiunge la presenza dei figli, la situazione è ancora più difficile da gestire poiché i figli diventano la testimonianza di un legame che non c’è più, ma che un tempo c’è stato. E spesso si provano nei loro confronti emozioni ambivalenti che pochi ammettono poiché “socialmente inaccettabili”.

Detto ciò non ci sono scuse per chi si dimentica il posto occupato nella scena: è bene tener distinto il piano di moglie/marito da quello di madre/padre e aver chiaro che il proprio figlio, è il bambino di entrambi.

E’ molto frequente che i bambini diventino gli intermediari della comunicazione fra i due ex coniugi, costringendoli a “scegliere” continuamente da che parte stare. Ciò è una forma di tortura per i bambini, perché non si può scegliere fra un padre o una madre. E’ bene, inoltre, non coinvolgere i figli nella propria situazione emotiva, non è necessario che sappiano cosa state provando.

Affrontare la separazione, a mio parere, vuol dire quindi fare i conti con un carico emotivo non indifferente e con l’infrangersi delle proprie aspettative e desideri.  E ben inteso questo accade sia se la scelta sia stata subita, sia se agita. Cambierà il mix di emozioni esperite, ma non sarà meno doloroso. Possiamo quindi considerare la separazione come un evento traumatico assimilabile al lutto poiché richiede di fare i conti con la perdita di un legame importante e di aspetti, più o meno, concreti (perdite economiche, sociali, famigliari).

Come a seguito del lutto possiamo quindi ritrovare alcune reazioni tipiche:

Una prima fase di negazione o shock in cui il partner lasciato nega ogni difficoltà matrimoniale. Alcuni addirittura appaiono indifferenti all’accaduto, poiché incapaci di riconoscerlo come vero.

Segue un momento di disorientamento (“il mio mondo sta controllando”). Spesso ci si macera con pensieri tipo “se non avessi fatto questo”, “se mi fossi comportato diversamente” o “se l’altro si fosse comportato diversamente”.

Segue una fase di rabbia e angoscia, in cui l’ex viene dipinto come un mostro e incolpato di ogni cosa.

Alla fine, se il lutto è stato elaborato, la persona dovrebbe vedere la vita come ricche di altre opportunità, e il proprio matrimonio dovrebbe divenire un’esperienza importante nella propria storia di vita. Si dovrebbe quindi arrivare a capire che non è né la vita intera, né è stata completamente perduta.

E’ evidente che questo passaggio non sia per nulla facile e di come sia istintivo “buttare addosso” agli altri e specialmente ai figli tutte le emozioni e i pensieri non elaborati.

Si dice spesso che i figli di divorziati hanno maggiori probabilità di divorziare a loro volta, questi dati sono confermati, ma c’è una variabile spesso ignorata. Questa variabile è la mancanza di elaborazione per quello che è successo da parte di tutte le persone coinvolte, in primis i genitori.

Mi pareva corretto evidenziare questo per evitare di cadere nell’idea di qualcosa di deterministico, come se la separazione fosse un marchio trasmesso quasi in modo automatico.

Fortunatamente “finché c’è vita c’è speranza!”.

Dott.ssa Serena Pinto

Psicologa psicoterapeuta