In questi mesi di Lockdown ho incontrato i miei pazienti attraverso le nuove tecnologie e mentre li osservavo aldilà dello schermo non ho potuto non pensare a cosa avrei fatto io se mi fossi trovata a vivere questa situazione quando avevo la loro età.

Invito voi genitori a fare lo stesso esercizio.

Osservando i miei pazienti mi sono resa conto che è possibile individuare due categorie e che a ben vedere corrispondono alle due diverse fasi dell’adolescenza. Ovviamente non posso considerare il campione statisticamente significativo, ma ciò mi ha portato a fare alcune riflessioni. I ragazzi delle scuole medie e dei primi anni delle superiori dopo una iniziale fase di indifferenza alla situazione, se non addirittura parevano aver trovato “un’isola felice”, sono quelli che con il tempo hanno iniziato a manifestare una maggior reattività, un umore instabile con oscillazioni a volte anche repentine fra umore depresso e scatti di ira apparentemente immotivati, sonni disturbati e sintomatologie ansiose che sembravano acuirsi con l’avvicinarsi di possibili annunci di decreti e quindi possibili cambiamenti. I vissuti di solitudine ed esclusione sembrano essersi acuiti in modo considerevole. I ragazzi che appartengono alla seconda adolescenza che va dai 15 anni ai 20 se non oltre, al contrario hanno manifestato in principio una fatica di adattamento, sebbene sempre con un altissimo senso di responsabilità. Non credevo che avrei mai potuto sentirgli dire che gli mancava la scuola, gli insegnanti e persino svegliarsi presto per prendere il pullman eppure perdere quella normalità fatta di persone e di routine li aveva disorientati. Tuttavia hanno ben compreso il senso di responsabilità e hanno aderito alle richieste del mondo adulto con una capacità e un profondo senso di empatia, che spesso è mancato a molti adulti. Consapevoli e anche spaventati di poter essere veicolo di contagio per le persone care, hanno compreso il loro importante ruolo. Molti di loro li ho visti sbocciare: hanno usato questa sospensione per guardarsi dentro, per scoprire i propri talenti, hanno usato la loro energia e creatività per trovare soluzioni nuove e innovative. Li ho visti organizzare party e feste a sorpresa usando i mezzi di comunicazione, occuparsi dell’orto, inventarsi lavoretti come badare ai fratelli minori o tagliare l’erba, c’è chi si è scoperto compositore, chi pittore. Un tempo più lento, meno prestazionale ha permesso loro di scoprirsi al di là delle richieste del mondo adulto, con giocosità e scarse pretese. Credo che finita questa fase, come adulti dovremmo chiederci quante richieste prestazionali facciamo ai nostri adolescenti, come se pensassimo così di controllare il processo. Allora eccomi qui a guardarli “da lontano” e provare a immaginare la me adolescente. Se penso alle scuole medie, che pure ho vissuto piacevolmente, mi ricordo quanto fossi spaventata di questo mondo nuovo fatto di maggiori richieste, ma anche quanto fossi curiosa di sperimentarmi. Se il mondo mi avesse chiesto di mettermi in pausa? Credo che anche io come loro, dopo un iniziale sollievo avrei iniziato a percepire un sentimento di ansia crescente. Perché si sarà pure fermato quello che accade fuori, ma non puoi fermare quello che accade dentro. Vi consiglio di guardare il corto della Pixar Piper che a mio avviso descrive benissimo cosa accade nel corso della crescita. Inizialmente mi ero immaginata a infrangere il lockdown, la mia migliore amica abitava 4 piani sopra di me, chi si sarebbe mai accorto? Mi sono però resa conto che questa situazione non ci ha solo chiesto di cambiare routine, ma è come se ci avessero detto “l’unico modo che hai per proteggere te e chi ami è stare in casa”… “il nemico è invisibile” e tu puoi esserne un tramite involontario. Mi sa che mi sarei trovata in conflitto fra prendere l’ascensore in barba ad ogni divieto e la paura.

Come avrei fatto se anziché essere l’adulta che sono oggi, mi fosse successo quando ero agli inizi della crescita? Voi cari genitori che guardate i vostri figli cosa avreste fatto se fosse successo a voi?

Se fosse successo quando ero nel pieno della mia adolescenza, penso che anche io non avrei visto l’ora di svegliarmi all’alba per andare a scuola perché significava vedere amici e fidanzato. Per la cronaca la scuola come lezione per questi ragazzi non è andata in pausa, ma sono stati privati della parte divertente della scuola. L’intervallo deve avvenire sulle chat e non alle macchinette. Voi avreste mai rinunciato all’intervallo? Non avete mai chiacchierato con il compagno, mentre la professoressa spiegava? Perché loro dovrebbero rinunciare a farlo? Non possono farlo dal vivo e usare le chat di classe è il modo che creativamente hanno trovato. Ovvio che nessun adulto ci ha apertamente incoraggiato a distrarci durante le lezioni, ma questo ci ha mai impedito di farlo? è il gioco delle parti. La scuola non è solo lezione, è relazione con compagni e adulti. La scuola insegna ad affrontare le richieste, fare i conti con la fatica, la frustrazione e il senso di efficacia. La scuola è il luogo in cui ogni parte di noi ha avuto modo di esprimersi, è il luogo dove nascono relazioni amicali e amorose, è fare squadra. E’ ridere e scherzare coi compagni, così come fare i conti con vissuti difficili quali senso di esclusione, vergogna, paura. Allora meno male che ci sono le nuove tecnologie, hanno reso tutto più semplice. Ci hanno permesso di rimanere in contatto. Il mondo dei videogiochi e del virtuale è un po’ come un’altra piazza: si danno appuntamento, si sfidano, conoscono persone nuove di ogni parte del mondo. Non so se avete mai giocato quando eravate adolescenti ai videogiochi, io si… diventano iperstimolanti… partita dopo partita è difficile mettere un freno. Se uscivate con gli amici, tornavate a casa perché vi eravate stufati o perché avevate raggiunto il limite massimo consentito? Dubito sia la prima risposta, perché un ragazzo oggi dovrebbe fare altrimenti? E’ importante che il genitore aiuti i figlio a dosare i tempi e imparare a regolarsi, in modo che possa usare le proprie energie per costruirsi come persona. Come ogni piazza, anche il mondo virtuale ha i suoi pericoli. Quando fare i conti con la realtà è troppo difficile, il virtuale può diventare un luogo dove portare parti di sé senza esporsi e può costituire una tana che rischia di isolare dal mondo reale quello con cui volenti e nolenti alla fine dobbiamo fare i conti. L’adolescente vive per sua natura sulla soglia del pericolo, e i genitori che sono stati adolescenti lo sanno bene quanto sia sottile il limite. Per un po’ si è pensato che il virtuale fosse più sicuro: perché cosa potrà mai succede in una stanza? Ma il compito dell’adolescente è trovarsi e trovare un posto nel mondo e quindi deve fare i conti con ciò che ha dentro e con il limite. Il compito dell’adulto è accompagnare il figlio alla realtà dosando a seconda dell’età il bisogno di protezione e di esplorazione, servono entrambi gli ingredienti e servono nelle giuste dosi che cambiano con il crescere del bambino. Questa situazione di “pandemia” ha tutte le caratteristiche per divenire una situazione traumatica e può amplificare difficoltà pregresse o crearne di nuove. E’ bene quindi non sottovalutare alcune difficoltà per evitare che si cristallizzino.  Dare ai ragazzi uno spazio per dar voce a ciò che hanno dentro può aiutarli a relativizzare, ma senza banalizzare, ciò che vivono e a trovare in autonomia soluzioni creative. Uno dei vantaggi dello spazio psicologico è la neutralità: è scelto dai genitori, ma è solo del ragazzo.

Come avrete notato questo scritto non vuole offrire risposte, ma “metodo”.

Secondo me il modo migliore per aiutare i nostri figli è ascoltarli e provare a pensare a voi alla loro età, non con gli occhiali del genitore ma con lo sguardo dell’adolescente che eravate. Solo dopo averlo fatto, osservate la stessa scena con lo sguardo dell’adulto che siete, sono fiduciosa che avrete molte più risposte.

Dr.ssa Serena Pinto Psicologa- psicoterapeuta Specialista dell’età evolutiva