La capacità di riconoscere e nominare adeguatamente le emozioni è una tra le life skills fondamentali secondo l’organizzazione mondiale della sanità. Il numero di persone che sa farlo correttamente è molto basso.
Alla domanda “ci sono emozioni buone e cattive?” i sì sarebbero la maggioranza, ma è no la risposta corretta.
Eppure se chiedi ai ragazzi sembra scontato: “ Gioia = bello” , “Paura = brutto”, “Tristezza = ovviamente brutto”.
E poi ci sono le emozioni che mai vengono nominate: la sorpresa e il disgusto. Ci sono quelle spesso confuse, come la rabbia, e quelle dimenticate come la vergogna e il senso di colpa.
Che sono le emozioni allora? Se qualcuno dicesse “un casino”, andrebbe vicino al vero. E’ davvero complicato nominare le emozioni perché le viviamo, è difficile distinguerle perché spesso coesistono o addirittura le une coprono le altre.
Una definizione potrebbe essere: le emozioni sono i processi mediante i quali valutiamo visceralmente la bontà o la cattiva qualità delle esperienze nelle quali ci imbattiamo- ed è in gran parte sulla base di queste valutazioni che decidiamo (consciamente e inconsciamente) come agiremo.
Le emozioni sono processi, quindi qualcosa di mutevole e dinamico.
La paura non è brutta, se non ci fosse, non potremmo dare un senso alle situazioni che abbiamo di fronte. Se non ne avessimo, rischieremmo la vita continuamente, non daremmo valore a quello che facciamo. La tristezza ci indica che c’è qualcosa che non ci piace, che quella situazione non è quello che desideriamo per noi o che abbiamo perso qualcosa a cui tenevamo.
Le emozioni sono vitali insomma: sono la vita e ci permettono la vita. Senza il disgusto potremmo mangiare cose avariate o velenose, contrarre malattie. La rabbia ci dice che sentiamo il bisogno di reagire a qualcosa che proprio non ci va.
Come si potrà poi dimenticarsi la sorpresa? È l’emozione della vita per eccellenza. Com’è bello sorprendersi, i bambini si sorprendono sempre e questo li spinge a cercare cose nuove per sorprendersi ancora. Noi adulti, la chiamiamo curiosità.
Potremmo dire che le emozioni sono un sistema di valutazione che nel corso della vita ci consente di dare un senso alla nostra esperienza e conseguentemente di operare delle scelte su come procedere (Wallin, Psicoterapia e teoria dell’attaccamento). E’ un sistema di valutazione viscerale: le emozioni sono nel corpo. Non ci arriva una lettera con marca da bollo con scritto: “hai paura”, ma ci batte forte il cuore, ci tremano le gambe, sudiamo più del necessario. Il tuo cervello potrebbe dire” oh un infarto”.
L’ultima parte della definizione ci dice un’altra cosa importante: è sulla base di queste valutazioni che agiremo.
Immaginiamo di non saper leggere correttamente l’espressione facciale altrui e di vedere la rabbia anche quando non c’è. Sarei un folle a mostrarmi amichevole verso una persona che mi appare ostile, è più naturale allontanarsene. Ecco qui l’inghippo, se considero ostili anche persone che non lo sono davvero, tenderò o a isolarmi o a difendermi dagli altri come se questi mi stessero attaccando e questi di contro potrebbero o divenire ostili davvero o non consentirmi di falsificare la mia ipotesi iniziale. Chiaro perché chiamano life skill, la capacità di riconoscere le espressioni facciali?
Si capisce anche un altro punto: le emozioni non sono campate per aria, ma sono la trama delle relazioni.
Le emozioni vanno gestite. Come? Ottima domanda. Purtroppo non esiste un manuale, ma condivido con voi quanto ho imparato da questa splendida professione.
Le emozioni, che ci piacciano o no, esistono e non vanno bandite o giudicate. Anche se a volte con fatica, è necessario accettare quello che si prova.
Non capite cosa provate? Capita. Le emozioni non sono mai facili o chiare. Non hanno etichette precise, anche se gli psicologi hanno provato a classificarle. A volte si è contenti e tristi contemporaneamente, tristi e arrabbiati e qualcos’altro. L’ambivalenza esiste, la confusione pure. Tenete lì le emozioni che provate, non etichettatele, ascoltatele, anche se voleste zittirle.
Credo sia importante chiedervi cosa vi stiano dicendo, cosa le abbia scatenate, il perché di quello che provate e cosa ci sia sotto. Farsi le domande “giuste” a volte è molto più importante che trovare le risposte. A differenza di quanto il comun sentire possa far pensare, è spesso più complesso farsi le domande che trovare le risposte. Ciò perché agiamo d’istinto, spesso senza pensarci, appigliandoci a schemi già noti. Ecco perché pensare in due è più facile: gli psicologi non servono per dare risposte, ma per aiutarvi a pensarle insieme. Ultima considerazione, ma non meno importante: non siete isole, ci sono persone intorno a voi. Le vostre reazioni avranno delle conseguenze sugli altri e sono a loro volta conseguenza di ciò che avete attorno.
Dott.ssa Serena Pinto